Recensione de “I Giorni Dell’Abbandono” di Elena Ferrante

Plancia Ferrante

“Un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. Lo fece mentre sparecchiavo la tavola, i bambini litigavano come al solito nell’altra stanza, il cane sognava brontolando accanto al termosifone”.

Inizia così il dramma sentimentale della protagonista, Olga, donna di trentotto anni, più casalinga che scrittrice che pur di seguire suo marito aveva messo in secondo piano lavoro e carriera. A Torino, città in cui si trasferiscono, si dedica alla famiglia. Al marito, ai due figli e anche al suo cane Otto.

In questo contesto, senza alcun preavviso si verifica un evento che nella sua tragica semplicità modifica la sua vita: Mario si è innamorato di un’altra donna, più giovane. La lascia. Si allontana da tutto ciò che avevano costruito: da lei, dalla casa, dai figli. L’abbandono la precipita di colpo in un abisso. Resta con i figli e con il cane, trafitta da un dolore che non riesce  spiegare e che farà riaffiorare antichi drammi del suo passato.

La Ferrante ci narra la storia di un distacco in modo asciutto, puntuale, preciso. La sua visuale è stretta, non abbraccia le vite dei vari personaggi, non ci racconta le loro storie,  ma si richiude, come la protagonista fa intorno al suo dolore: lo mastica, lo sputa, lo subisce quotidianamente, si dimena senza scampo lungo tutto l’arco narrativo.

Il libro inizia con il racconto in prima persona di questo abbandono. E la Ferrante ci descrive impietosamente i disperati tentativi di Olga di dare una spiegazione razionale all’evoluzione della sua vita; tentativi che lasciano spazio ad una sofferenza sempre più sorda e ad una incapacità sempre maggiore di affrontare da sola una routine quotidiana di un peso insostenibile. E Olga rimane ossessionata da una continua sterile riflessione sul passato.

 “Le donne senza amore muoiono da vive”

articolo-giorni-abbandono-2-roviElena Ferrante ci mostra una caduta lenta e inesorabile della protagonista che parte dai piccoli dettagli della quotidianità di ogni giorno. Le formiche invadono la casa, i bambini diventano un obbligo, la morte del suo cane. Ferrante, come è suo solito, mette in campo una grande capacità di analisi e di introspezione che si riflette anche nello stile: ci mostra la perdita di carattere di Olga usando termini forti, volgari quasi violenti e descrive i particolari più umilianti con un linguaggio rabbioso e quasi incoerente che esprime fino al midollo il profondo smarrimento e il dolore di Olga.  Emerge tutta l’incapacità di Olga di capire che le succede. Sono interessanti le scene realizzate come flussi di coscienza interni della protagonista in piena antitesi, inconciliabili, con la realtà esterna. Molte scene sono forti, dure, impietose come a voler enfatizzare il senso di perdita, solitudine e rabbia provato da Olga. Il romanzo propone un’analisi molto convincente dei tratti psicologici della protagonista e della loro evoluzione lungo tutto l’arco narrativo.

Olga vivrà sulla sua pelle il senso di rifiuto e la perdita di autostima che tradimento e abbandono, soprattutto se inattesi e improvvisi, comportano. Capirà di aver vissuto al fianco di uno  sconosciuto, di averlo idealizzato considerandolo l’incarnazione dei suoi desideri.

E riaffiorano le antiche e retrograde concezioni inculcate nell’infanzia:

“… quando non ti sai tenere un uomo perdi tutto..”

“La donna perse tutto, anche il nome […]. La poverella piangeva, la poverella gridava, la poverella soffriva, dilaniata dall’assenza dell’uomo rosso sudato, dei suoi occhi verdi di perfidia. Si sfregava tra le mani un fazzoletto umido, diceva a tutti che il marito l’aveva abbandonata, l’aveva cancellata dalla memoria e dal senso, e torceva il fazzoletto con le nocche bianche, malediceva l’uomo che le era sfuggito come un animale ingordo su per la collina del Vomero. Un dolore così appariscente cominciò a disgustarmi. Avevo otto anni ma mi vergognavo per lei, non si accompagnava più ai figli, non aveva più l’odore buono”

E’ i ricordi di queste sensazioni logorano Olga, la trascinano verso un destino a cui aveva creduto di essere sfuggita e che invece la attanaglia sempre di più.

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Il tormento di Olga ci viene descritto quasi in presa diretta, continua, senza soluzione di continuità. Sarà l’evento doloroso della morte di Otto a sbloccare Olga:

Quella prossimità di morte reale, quella ferita sanguinante della sua sofferenza, di colpo, insperatamente, mi fece vergognare del mio dolore degli ultimi mesi, …. Sentii la stanza che tornava in ordine, la casa che saldava insieme i suoi spazi, la solidità del pavimento, il giorno caldo che si distendeva su ogni cosa, una colla trasparente. Come avevo potuto lasciarmi andare a quel modo, disintegrare così i miei sensi, il senso dello stare in vita.

E un po’ alla volta, osserviamo la risalita, il recupero della quotidianità, della “tranquillità” dell’esistenza, la centralità di donna e madre, di famiglia:

Devo imparare nuovamente il passo tranquillo di chi crede di sapere dove sta andando e perché…

Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare.”

Ne I giorni dell’abbandono, La Ferrante ci regala un romanzo intimo, ripiegato all’interno del protagonista in un suo spazio personalissimo e che costringe noi lettori a fare i conti con il significato e l’importanza che diamo al nostro destino e alle nostre scelte e a quanto spesso questi aspetti vengano dati non solo per scontati ma persino “dimenticati” e persi in un’idealizzazione che li priva della loro natura autentica, del collegamento con la realtà. E ci racconta di quanto il risveglio improvviso dal sonno potrebbe diventare doloroso e difficile…

Buona Lettura!