Citazioni da “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello

Uno, nessuno e centomila

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Ormai è palese. Il nostro gruppo di lettura questo mese si è dedicato al romanzo psicologico, ma potevamo terminare questa parentesi senza fare almeno un piccolo omaggio ad uno dei più significativi interpreti, italiani, di questo genere? Ovviamente no!
Per chi non lo avesse ancora intuito, visto i vaghi indizi (V. sopra), mi riferisco allo scrittore, poeta e drammaturgo siciliano che è riuscito, con la sua poetica, a  mettere a nudo le fragilità e le insicurezze dell’individuo nella sua complessità: Luigi Pirandello.

Le citazioni di questa settimana sono tratte dall’ultima opera dell’autore, ma probabilmente quella che meglio rappresenta la complessità del suo pensiero, “Uno, nessuno e centomila”. Lo stesso Pirandello la definisce come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”.

UnoNessunoCentomila2Il Protagonista è una persona ordinaria, Vitangelo Moscarda, che in seguito a un commento della moglie su un suo difetto fisico comprende non solo che le persone hanno un’immagine della sua persona completamente diversa da quella che lui ha di sé, ma anche che ciascuna ha la sua personale versione di Vitangelo.
Con questa consapevolezza si convince che l’uomo non è “uno”, ma “centomila”; vale a dire possiede tante diverse personalità quante gli altri gliene attribuiscono, ma alla luce di questa scoperta diviene “nessuno”, almeno per se stesso. Così per capire chi è veramente, Vitangelo sconvolge la sua vita e compie azioni che vanno contro la sua natura, fino ad abbandonare la propria individualità e lasciarsi andare al fluire della vita, per sentirsi “vivo e intero, non più in me, ma ogni cosa fuori”.

Citazioni

La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.

E nessuno pensa che tutti dovremmo guardare sempre così, ciascuno con gli occhi pieni dell’orrore della propria solitudine senza scampo.

Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire.

Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.

La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi.

Notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo dei nostri.

Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.

Buona lettura