Il Conte di Montecristo – Citazioni

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“Il 24 febbraio 1815 la vedetta della Madonna della Guardia dette il segnale della nave a tre alberi Pharaon, che veniva da Smirne, Trieste e Napoli.

Com’è d’uso, un pilota costiero partì subito dal porto, passò vicino al Castello d’If e salì a bordo del naviglio fra il capo di Morgiou e l’isola di Rion.
Contemporaneamente com’è ugualmente d’uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi; poiché è sempre un avvenimento di grande interesse a Marsiglia l’arrivo di qualche bastimento, in particolare poi quando questo legno, come il Pharaon, si sapeva costruito, arredato e stivato nei cantieri della vecchia Phocée e appartenente ad un armatore della città.”

Inizia così l’incredibile storia di Edmond Dantès giovane e capace capitano in seconda, che sta riportando la Pharaon a casa sfiorando con la sua rotta, ignaro del destino che lo attende, il Castello d’ If tetra e inespugnabile prigione.
Da qui Dumas tesse l’ intricato arazzo di eventi e personaggi che è “Il conte di Montecristo”, romanzo in cui si intrecciano temi quali la giustizia,  la vendetta, la misericordia e da cui ho tratto le citazioni che seguono.

Buona lettura.

Dantès oltrepassò il limitare terribile, e la porta si richiuse subito con fracasso dietro a lui. Egli respirava un’altra aria, un’aria mefitica e pesante; era l’aria della prigione.

 

Vi sono delle misteriose relazioni tra le persone che si lasciano e quelle che s’ incontrano.

 

È proprio degli spiriti prostrati vedere ogni cosa attraverso un velo nero; è l’anima che si crea i suoi orizzonti; la vostra anima è incupita e vi presenta un cielo tempestoso.

 

Ciascun uomo ha la sua passione che lo rode internamente, nel fondo del cuore, come ciascun frutto ha il suo verme.

Ho nel cuore tre sentimenti con i quali non ci si annoia mai: la tristezza, l’amore e la riconoscenza.

 

Gli amici che abbiamo perduto non riposano nella terra, sono sepolti nel nostro cuore; è Dio che ha voluto così perché li avessimo sempre con noi.

 

Imparare non è sapere; ci sono gli eruditi e i sapienti: è la memoria a fare i primi, ma è la filosofia che fa i secondi.

 

A tutti i mali ci sono due rimedi: il tempo e il silenzio.

 

La felicità è come quei palazzi delle isole incantate alle cui porte stanno a difesa i draghi: bisogna combattere per conquistarli.

 

L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara.

 

Fai vedere che ti dai importanza, e ti sarà data importanza, assioma cento volte più utile nella nostra società di quello dei greci “conosci te stesso”, rimpiazzato ai giorni nostri dall’arte meno difficile e più vantaggiosa di conoscere gli altri.

 

vi sono esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma hanno edificato una nuova fortuna sulla rovina di tutte le promesse di felicità che il cielo aveva loro fatte, sui resti di tutte le speranze che Dio aveva loro date.

 

Io sono uno di questi esseri eccezionali, sì, signore, io lo credo, sino ad oggi nessun uomo si è trovato in una posizione simile alla mia. I regni dei re sono circoscritti, sia dalle montagne, sia dai fiumi, sia da un cambiamento di costumi o di favelle. Il mio regno è grande come il mondo perché non sono né italiano, né francese, né indiano, né americano, né spagnolo: io sono cosmopolita. Nessuno può dire di avermi veduto nascere; Dio solo sa quale terra mi vedrà morire.

 

Non ho che due avversari, non dico due vincitori perché li sottometto colla tenacia: la distanza ed il tempo. Il terzo, ed é il più terribile, sta nella mia condizione di mortale. Ciò solo può fermarmi nella strada che percorro e prima che abbia conseguito lo scopo a cui miro tutto il resto l’ho calcolato.

 

che cosa è il meraviglioso? Quello che non comprendiamo. Qual è il bene che crediamo veramente da desiderarsi? Quel che non possiamo avere.

 

Non vi sono più emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore.

 

Le idee non muoiono, sire sonnecchiano talvolta, si risvegliano poi più forti di prima.

 

Mercedes, bisogna ch’io mi vendichi, perché ho sofferto per quattordici anni: per quattordici anni ho pianto, ho maledetto. Ora, io ve lo ripeto, Mercedes, bisogna ch’io mi vendichi!

 

Le colpe dei padri ricadranno sui figli fino alla terza e quarta generazione.” Se Dio ha ettato  queste parole al suo profeta, perché io dovrei pensare diversamente?
Perché Dio ha in mano il tempo e l’eternità, due cose che sfuggono agli uomini.

 

Pazzo che fui – disse egli – A non strapparmi il cuore il giorno in cui giurai di vendicarmi!

 

Non vi è né felicità né infelicità a questo mondo, è soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Quegli solo che ha provato l’estremo dolore è atto a gustare la suprema felicità. Bisognava aver bramato la morte, Maximillien, per sapere quale bene è vivere. Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare.