Recensione:”Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas

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Il conte di Montecristo, uno dei più famosi romanzi di Alexandre Dumas, è un intero romanzo che ruota intorno al più abusato dei sentimenti negativi in tema di avventure: la vendetta. Una vendetta in questo caso costruita in modo lucido e ponderato e che senza sconti si insinua fino a raggiungere i colpevoli.

articolo-recensione-conte-1-dumasDal punto di vista strutturale e stilistico è un classico romanzo d’appendice dell’800. La quantità di particolari non lo rende mai troppo pesante e Dumas, sebbene descriva con precisione luoghi, situazioni e personaggi, riesce a non perdere mai in fluidità. Tutta l’impalcatura del romanzo va in modo scorrevole e preciso ad intrecciarsi con grazia ed armonia in una serie di intrighi di palazzo, colpi di scena magistrali che mantengono sempre alto l’interesse.

Edmond, nella sua rinascita come conte, non può non ispirare fascino per la sua capacità ed intelligenza nell’ordire le sue trame. Ma al tempo stesso il lettore avverte, Dumas non lo nasconde, che l’anima di Edmond è un anima ferita e rabbiosa che non ha più la capacità di volgersi agli altri con fiducia ne tantomeno di ricercare la felicità.

Mercédès ad esempio verrà punita in quanto moglie di Fernand anche se lei ha sofferto per lo stesso complotto divorata dal rimpianto e dal rimorso, sposata con un uomo che non ama.
Quando Edmond e Mercédès si rincontrano Edmond è diverso: nella sua anima non c’è più spazio per lo slancio e la fiducia verso il prossimo di cui avrebbe bisogno per continuare ad amare la sua donna. E’ un uomo consumato dalla rabbia per l’ingiustizia delle privazioni a cui è stato condannato.
Uno dei passi più intensi e tristi è il discorso tra Edmond e la catalana. In cui Dumas mostra quanto il passato può diventare la nostra trappola, quanto la rabbia e la sete di vendetta diventino come una malattia che ci divora dall’interno e che ci consegna ad una solitudine senza soluzione.

Il pregio di questo romanzo risiede nella sua struttura, ben concepita e congegnata. Forse Dumas è meno bravo a delineare l’interiorità dei suoi personaggi. Che sono caratterizzati in modo non superficiale ma di certo non realistico: senza quell’introspezione e quella caratterizzazione che li rende personaggi vivi, senza quell’indagane sulle mille sfaccettature che si celano nell’animo umano che li fa sentire reali accompagnare il lettore durante l’arco narrativo. Restano tutte un po’ maschere che, da modesti attori, recitano i ruoli che Dumas gli ha assegnato nell’intreccio complessivo. Non deludono ma non affascinano e non fanno particolare presa.
Ad eccezione forse dell’abate Farìa, personaggio pieno di scienza, di grande ingegno e di cultura, di incrollabile volontà e memoria.

castello d'ifCerto la storia per come viene narrata è mirabilmente strutturata. Prende il via a Marsiglia, si sposta a Roma, e passando per Parigi arriva all’isola di Montecristo (che è l’isola del tesoro, il posto che rende attuabile la vendetta, che trasforma il disperato Edmond nel vendicatore vittorioso, la cabina telefonica che trasforma l’occhialuto Clark Kent nel super-eroe che nulla teme).
Il perno della vendetta diventa in questo caso quindi la ricchezza. Dumas lo dice forte e chiaro: per ottenere potere contro i soprusi servono soldi, e anche tanti. Edmond è il personaggio nevralgico in cui questo materialismo, a vari livelli, si estrinseca nella forma più piena.

articolo-recensione-conte-3-montecristoIl conte è quindi un personaggio divino. Una sorta di Dio vendicatore che trae il suo potere dal denaro. Ed è questa forma di catarsi che rende il romanzo molto intrigante, e fa scattare un potente meccanismo di immedesimazione nel lettore. Per cui diventa accattivante da leggere, impossibile da interrompere.

Vi saluto con i consueti auguri di una buona lettura!