Recensione de “Il Ponte sulla Drina” di Ivo Andrić

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« Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre costruiti sensatamente nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di tutte le costruzioni (…). Diventano tutti uno solo e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto dove l’uomo ha incontrato l’ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue concezioni, il suo gusto e le condizioni circostanti (…)» ,  Ivo Andrić

Il Ponte dulla Drina è certamente uno dei romanzi più interessanti del premio nobel per la letteratura Ivo Andric’. Pubblicato nel 1945, a ridosso della guerra.

In questo romanzo tutte le caratteristiche dello stile di Andrić giungono a maturazione: una straordinaria capacità narrativa, adornata da stile intenso e ampio, la capacità rara di saper alternare i registri narrativi in modi estremamente vari adattandoli ai contesti per passare dal drammatico alla dolcezza, dall’odio all’amore, dalla tragedia alla commedia, dalle tante storie individuali fino alla storia di un intero popolo, che emerge come mosaico finemente intrecciato di una moltitudine di racconti.

La trama è se vogliamo ovvia: è storia del ponte, costruito sul fiume Drina, a ridosso della piccola città di Visegrad (una città al confine con la Serbia). La storia di questo ponte diventa però il fulcro intorno al quale Adnric tesse la storia dei popoli che su di esso si affacciano dalla fine del XVI secolo fino alla Prima guerra mondiale. Storia raccontata componendo le vite, inventante o tramandate dalle leggende o da racconti, di chi quel ponte l’ha subito, lo ha costruito e lo ha vissuto in un’arco temporale che abbraccia diversi secoli.

Sotto questo profilo è quindi un “romanzo storico” da manuale, che miscela sapientemente storia reale e leggenda, realtà e mito.

Il ponte fu costruito dal pascià Mehmed Sokolovič, serbo e convertito all’islam. Mehmed, che era gran visir, pensava al suo Paese, ma la costruzione del ponte fu un’operazione complessa sia tecnicamente che socialmente.

“E il ponte continuava a stare, tale quale era da secoli, con la sua eterna giovinezza di perfetto disegno e di buona e grande opera umana, una di quelle opere che non conoscono vecchiaia e trasformazioni e che, almeno così sembra, non condividono la sorte delle cose transitorie di questo mondo.”

Il libro mirabilmente e senza sconti descrive le fatiche ed il dolore, il sangue e la morte, lo sfruttamento e la sopraffazione derivanti dalla sua costruzione. Andrić non si fa scrupolo di descrivere anche le torture che furono inflitte per sedare le ribellioni e lo fa in questo caso con uno stile crudo e dettagliato.

I lavori del ponte terminarono nel 1571 e venne costruito anche una locanda ed un caravanserraglio, per ospitare i viaggiatori . Il ponte diventa quindi un simbolo, unico testimone degli avvenimenti che si sviluppano nei secoli.

Per trecento anni il ponte, “immutabile come l’acqua che gli scorre sotto”, diventa il cuore pulsante di Visegrad e del suo sviluppo.

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“ La sua splendida linea nella struttura della città non mutò, così come non mutarono i contorni delle montagne circostanti contro il cielo. Nella successione delle trasformazioni e nel celere fiorire delle generazioni umane, esso restò immutabile come l’acqua che gli scorre sotto. Invecchiò naturalmente anch’esso, ma secondo una scala cronologica assai più ampia non solo della vita umana, ma anche della durata di intere serie di generazioni, tanto ampia che, a occhio nudo, non si poté‚ notare quell’invecchiamento. La sua vita, benché‚ mortale di per se stessa, rassomigliò all’eternità, perché‚ la sua fine rimase oltre la portata della vista”

Anche il ponte invecchiava, con la sua lenta dinamica: il caravanserraglio fu abbandonato ed  andò in rovina; la piena del 1799 unì gli abitanti della città e dimenticarono le divisioni in musulmani, ortodossi ed ebrei per far fronte comune. Nel 1804 il ponte fu testimone della rivolta dei Karagjorgje e della dura repressione che ne seguì: decapitazioni e torture di chiunque fu sospettato di aver partecipato alla congiura.

Ma il ponte non è testimone solo del dramma collettivo di un popolo. E’ testimone vivo e partecipe anche delle tante tragedie dei singoli, di quelli che sul ponte hanno vissuto e che Andrić strappa all’oblio rendendogli debita testimonianza tramite lo sguardo cieco del ponte: che partecipa ad esempio, quasi come fosse complice, al dramma della bellissima Fatima che, costretta dal padre a sposare l’uomo che non amava, preferì trovare la morte lanciandosi nel fiume proprio da una delle arcate.

Nel 1878 la Bosnia venne ceduta all’Austria e sul ponte sfilò la ritirata dei soldati turchi. L’amministrazione asburgica fu artefice di un nuovo corso storico: la costruzione della ferrovia, che nel 1900 arrivò a Visegrad, le agitazioni degli studenti socialisti, e l’annessione definitiva della Bosnia-Erzegovina all’Austria. Fino al 1914: anno della guerra.

Furono gli Austriaci, ritirandosi, a far saltare in aria il pilastro centrale del ponte per facilitare la loro fuga. Il romanzo si conclude proprio con “la morte” del ponte, simbolo della città e la cui presenza diventa mito e leggenda. Non a caso il romanzo termina con la distruzione del simbolo di unità per eccellenza.

“Le fondamenta del mondo e le basi della vita e dei rapporti umani sono fissate per secoli. Questo non significa che esse non mutino, tuttavia, misurate col metro della vita degli uomini, sembrano eterne. Il rapporto tra la loro durata e la lunghezza dell’esistenza umana è paragonabile a quello che esiste tra l’irrequieta, mobile e veloce superficie di un fiume e il suo fondo stabile e saldo, le cui trasformazioni sono lente e sfuggono all’osservazione.”

Simbolo della possibilità di coesistenza, quella che per tanti secoli si era realizzata storicamente, di popoli  appartenenti a credi diversi (musulmani, ortodossi, ebrei che siano) ma tutti resi fratelli per aver condiviso la stessa storia, le stesse sofferenze, goduto delle stesse gioie, lottato insieme contro le stesse catastrofi. Ed allora musulmani, cristiani, ebrei, intorno a questo ponte si erano incontrati trovando la loro comune natura di esseri umani e sembrano quasi arrivare alla consapevolezza che ciò che unisce va oltre le ideologie, che la comprensione reciproca affonda le radici nel dramma stesso della nostra esistenza di uomini.

articolo-ponte-drina-3-andric-a-pennaMa Andrić narra di una Bosnia crocevia di razze, religioni ed istituzioni sociali diverse ed opposte che diventa inevitabilmente teatro di guerre, di violenza, di morte e di sofferenza. Su questo sfondo  nasce, vive e muore un vario e vivace mosaico di umanità: uomini e donne di ogni risma e classe sociale. Ed Andric è un maestro a descrivere i loro sentimenti, i loro istinti, i loro drammi, le loro passioni e la loro cultura.

Andrić ha scritto un libro incisivo e pieno di contenuto: non solo per la narrazione. L’idea di far ruotare i racconti intorno al ponte gli ha fornito un punto di vista privilegiato. Gli ha consentito di raccontare un pezzo di storia di un paese, in cui tra l’altro ha trascorso l’infanzia, non dalla parziale e limitata visuale della sua etnia, ma dalla prospettiva “neutrale” di elemento esterno immutabile,  necessaria conquista dell’uomo sulla natura: in questo modo sterilizza l’ideologia nel tempo e nello spazio e pone i popoli che si affacciano al ponte tutti sullo stesso piano.

Sul piano invece dello stile narrativo e della forma, Andrić predilige lo stile narrativo della voce narrante, che accompagna il lettore nei vari racconti. Questa soluzione ha il grande pregio di immergere il lettore nelle comunità della città di Visegrad, rendendolo partecipe degli usi, dei costumi, dei sentimenti, delle gioie e dei drammi dei vari protagonisti.

Non resta l’augurio una buona lettura!