Recensione di “Anima” , di Wajdi Mouawad

Avevano giocato tante volte a morire l’uno nelle braccia dell’altra, così tante volte che, nel trovarla tutta insanguinata in mezzo al salotto di casa, è scoppiato a ridere, convinto di essere di fronte a una messinscena, una simulazione in grande stile per sorprenderlo una volta per tutte, sconvolgerlo, lasciarlo di stucco, fargli perdere la testa, metterlo nel sacco.

Inizia con una risata questo libro.
Un’ingenua tragica risata iniziale, frutto del rifiuto e del fraintendimento del protagonista che presto inizierà la sua personale discesa negli inferi.

Discesa metaforicamente rappresentata dal lungo viaggio che porterà il protagonista Wahhch Debch, il cui inquietante nome ci ricorda un urlo soffocato e che letteralmente significa mostruoso, sulle tracce dell’assassino di sua moglie, della sua amica, della donna amata, di una madre che stava per generare una nuova vita donandogli un figlio, e che le viene strappata nel modo più cattivo e brutale.
Ma fin da subito il viaggio, scatenato sicuramente dal bisogno rabbioso di cieca vendetta,  diventa anche altro.
Scavalca e trascende il rapporto con lo stesso assassino. Rimane sempre centrale e vivo, e l’autore è bravissimo a renderlo, il dolore per la perdita. Ma il viaggio si arricchisce e si trasforma sempre più nella ricerca di sé e delle proprie radici che affondano nel fango e nella melma scoprendo drammi ancora più tragici e irrisolti dello stesso omicidio.Capitolo dopo capitolo il viaggio di Wahhch cambia i suoi connotati.

Pur mantenendo il ritmo incalzante di un thriller noir, non rimane solo indagine di quel singolo delitto iniziale ma piuttosto finestra sui delitti plurimi — sugli stermini, sulle guerre civili, si sovrappone quindi anche una prospettiva storica, appena accennata.
E il dramma del protagonista si aggiunge al dramma collettivo e corale di una generazione: il massacro di Sabra e Chatila, l’eccidio che nei campi palestinesi trenta anni fa circa ha straziato il Libano e la sua gente.
Ed è qui che la coralità degli animali prende le distanze dalla brutalità dell’uomo: uomini e animali sono capaci di uccidere un loro pari, ma l’onta e la macchia delle stragi, delle guerre civili, delle sopraffazioni di un popolo su un’altro resta, sotto i mille occhi attoniti del mondo animale, una colpa solo umana.

Wahhch trova il killer seguendo le sue tracce lungo gli Stati Uniti, ma ciò che li unisce sono antichi retaggi culturali, credenze primitive di una società brutale ed il loro viaggio avviene in un’America parallela: selvaggia, primitiva, che non conosce i grattacieli, benessere o spiagge assolate.
I nomi dei luoghi che scandiscono il suo infame viaggio (Lebanon, Oran, Carthago, Hebron, Animas) tracciano il quadro geografico del suo destino; il protagonista in realtà inizia spasmodicamente e disperatamente ad inseguire la sua vera identità, quella che gli è stata tragicamente negata.
L’autore tesse sapientemente le trame di quel legame forte e strisciante tra quello che è successo nel drammatico passato del protagonista e quello che è accaduto decenni dopo: e quel dolore funge da detonatore, scatena una violenta esplosione nell’anima inquieta e violata del protagonista che riporta i ricordi al loro posto, sistema i tasselli, fa riaffiorare antichi orrori.

Lo stile di Mouawad in questo libro ricalca la brutalità di cui sono capaci spesso gli esseri umani: è vivido, descrittivo e cruento, ed è spietato anche con il lettore a cui, senza filtri, non risparmia nessun dettaglio, nessuno degli orrori.

La vera particolarità della scrittura però risiede in un’altra scelta stilistica.
E’ nella pluralità delle voci narranti che, al limite della frammentazione, donano al lettore una multitudine di punti di vista, di angolazioni, di prospettive che al tempo stesso lo arricchiscono e lo complicano.

Il romanzo viene narrato dagli animali che, nel dipanarsi della vicenda, si trovano nelle varie scene. La prospettiva animale scopre un mondo umano non meno cinico e violento in cui contraddizioni e ferocia verranno alla luce in tutta la loro evidenza.

Il primo è il gatto che assiste al brutale omicidio iniziale della moglie uccisa che lascia il posto ai passeri che in gruppo osservano stupiti e preoccupati le varie fasi di dolore e sofferenza del protagonista facendo continuamente spola, con turni regolari, da una grande quercia alla finestra dell’appartamento.

Animali domestici si alternano ad animali liberi e selvaggi di cui l’autore riporta precisamente nomi scientifici delle razze autoctone.
Vedremo quindi diverse razze di serpenti, corvi neri, gabbiani, coccinelle, pesci rossi, scoiattoli, topi e scimmie,
pipistrelli, formiche, ragni, passeri, procioni, ratti, lucciole, cavalli raccontarci il viaggio rabbioso e tragico del protagonista dalla loro prospettiva che diventa distaccata, materna, cinica, spietata a volte persino dolce e comprensiva. Ma la prospettiva umana resta in ogni caso caratterizzata da una brutalità incomprensibile persino per il mondo animale.


Questo vorticoso alternarsi di punti vista diversi, a volte contrastanti sconvolge, volutamente confonde ma consente allo scrittore di toccare in modo molto forte una gran varietà di temi: la memoria del sangue, la furia distruttrice della storia, la contaminazione e la spesso drammatica fusione di storie, usanze, culture e linguaggi, che vengono insieme amalgamate in un sapiente mix di letteratura, poesia, cinema, documentario, fotografia e arte.
Anima è un’ottima occasione per conoscere un autore poliedrico, tra i più originali del nostro tempo.

Ma attenzione: la lettura di Anima è dura, difficile e non certo per lo stile che è scorrevole, me per i contenuti che sono scioccanti e lasciano impietrito e sofferente il lettore sprovveduto.
Non posso consigliare di non leggerlo perchè è un libro profondo che va all’essenza delle parti più buie dell’animo umano, ma la crudezza delle violenze che descrive non lascia tregua.
Non penso che consiglierei Anima alla persona che amo per fare un esempio concreto.
E’ una lettura che non ti molla: si infila sotto-pelle, nel sangue, in testa tra le sinapsi, ma non se ne sta quieta, fa male e colpisce fino a farti stare peggio.
Non vuole dispensare lezioni o consigli, non fornisce coordinate morali o etiche di dimensione umana (e in questo la scelta dei narratori del mondo animale è geniale), è lì per metterti di fronte agli aspetti più brutali dell’animo umano, quelli che tu sai che esistono e che non vorresti mai conoscere o sperimentare, ma che lui, l’autore, è bravissimo a farti incontrare.


Da questo punto di vista Anima ha un’identità complessa, fusione di tanti aspetti frutto sicuramente delle esperienze di vita dell’autore (nato e vissuto in Libano fino all’infanzia). E’ un noir di una grande durezza (ed inizia con la scoperta di un delitto efferato). Ma se vogliamo si sovrappone al romanzo noir anche un romanzo di formazione, una sorta di road-movie, una lettura per far comprendere, per usare parole dell’autore:


«il grande silenzio, […] dal quale sono emersi come direbbe uno di quegli animali, cavallo, mosca o maiale, le grida di tutti coloro che sono morti nel silenzio e nell’oblio, bambini, donne, uomini, bestie e divinità che tappezzano, strato dopo strato, i secoli e i cieli».

E’ in questa perfetta fusione di orrore, dramma, dolcezza e poesia capace di non trascurare nessuna di queste componenti in cui risiede la grande forza del romanzo; fusione peraltro perfettamente orchestrata dal racconto delle mille voci che ne compongono la narrazione.
E Mouawad è proprio come il suo scarabeo:

«Si nutre della merda del mondo e da questo nutrimento abietto giunge, qualche volta, a far sgorgare la bellezza».

Il messaggio finale, il testamento, ce lo fornisce proprio Wajdi alla fine del libro in cui vede nella capacità di comunicare un flebile spiraglio di luce:

«Nelle profondità marine esistono pesci mostruosi dotati di parola, custodi di una lingua antica, dimenticata, parlata ai tempi dei tempi dagli umani e dalle bestie sulle rive dei paradisi perduti. Chi mai oserà immergersi per unirsi a loro e imparare a decifrare e parlare di nuovo quel linguaggio? Quale animale? Quale uomo? Quale donna? Quale essere? Quell’essere, se risalisse in superficie, porterebbe nella propria bocca azzurrata dal freddo i frammenti di una lingua scomparsa di cui tutti noi cerchiamo da sempre, instancabilmente, l’alfabeto. Impareremmo di nuovo a parlare. Inventeremmo parole nuove. Wahhch ritroverebbe il suo nome. Non tutto sarebbe perduto»

 

Ma chi è Wajdi Mouawad ?

Wajdi Mouawad lascia la sua patria all’età di dieci anni a causa della guerra civile in Libano nel 1978 ed emigrò con la sua famiglia prima a Parigi, in Francia per poi stabilirsi in Quebec, nella città di Montreal nel 1983. Durante gli studi entra a far parte gruppo teatrale della sua scuola superiore e, incoraggiato dal suo insegnante di francese, si unì alla scuola Teatro Nazionale del Canada presso cui si laurea nel 1991.
Nel 2010 scrive Incendi da cui è tratto il film “La femme qui chante” ( poi candidato all’Oscar). Tragedia contemporanea di una violenza e di una forza inusitate
Oltre che drammaturgo acclamato (già nel 2009 gli è stato conferito il GrandPrix dell’Académie Française alla carriera) — è attore, regista e scrittore di rara intensità. Per “Anima” ha vinto nel 2013 il “Phoenix Award”.

Buona Lettura!