Recensione di “Cecità” di José Saramago

articolo-cecita-1-cover

articolo-cecita-3-saramagoCecità di José Saramago (premio Nobel per la letteratura 1998) se ci volessimo attenere solo alla trama dovremmo trattarlo come la cronaca di ciò che potrebbe accadere se un giorno si diffondesse un’epidemia che renderebbe tutti  gli esseri umani improvvisamente ciechi. Uomini donne e bambini in poco tempo sarebbero immersi in una bianca luce che non si attenua mai: non ci sarebbero occhi da chiudere, finestre da sbarrare, cuscini da stringere o luci da spegnere.

Nel romanzo i ciechi vengono subito isolati e posti in quarantena nella speranza di fermare l’epidemia ma nonostante i frettolosi e inutili provvedimenti la malattia dilaga e la società entra nel caos più totale.

E già perché Cecità è molto di più della semplice cronaca di una possibile epidemia biologica. E la malattia dilaga perché non può essere arginata da una semplice quarantena: è la metafora di una malattia più grave, della mente, della società umana che smarrisce la capacità di vedere, di distinguere, di orientarsi. E’ la perdita della capacità di vedersi di riconoscersi come simili e di prendersi cura di se stessi in primo luogo e degli altri di conseguenza.

E dilagano tutte le paure e le macchie dell’animo umano: egoismo, desiderio di potere e voglia di sopraffazione, violenza e indifferenza, ignoranza e brutalità. Questo è lo spaccato della una società malata che in preda alle sua paure perde la capacità di ragionare e che è tristemente simile a quella attuale. La Cecità è come ne “Il buio della mente”: come accade, in piccolo, a Jeanne e Sophie nel famoso film di Chabrol.

articolo-cecita-4-disastriAssistiamo impotenti a una guerra senza quartiere tra malati, che si infliggeranno violenze, tradimenti in un degrado fisico, igienico, morale etico e mentale che mina alle basi ogni possibile convivenza.

Dilagheranno oltre alla malattia, la violenza, la prevaricazione che schiaccia il più debole con abusi senza limiti in ciò che potremmo tranquillamente definire un gulag o un lager.

Lo stile di Cecità segue la forma della cronaca: periodi lunghi spezzati e intervallati da frasi secondarie delimitate da una punteggiatura ossessiva,  nervosa e agitata che sparpaglia virgole, punti e lettere maiuscole in un caotico susseguirsi che fa ricordare molto il flusso di coscienza di marca Joyce.

Non è complicato seguire questo flusso, ma richiede concentrazione, bisogna immergersi in esso e, in qualche modo, diventare uno dei ciechi di cui il libro ci narra le vicende isolandosi dal mondo esterno per concentrarsi sui suoni e sulle sensazioni che quei dialoghi creano: e il risultato è suggestivo, intenso anche difficile ma sicuramente mai noioso o scontato.

Il finale è un finale di speranza e ci suggerisce che questa incapacità di vedere è insita nell’animo umano e l’unico modo per vincerla è prenderne coscienza, e con pazienza, dedizione e forza, superarla.