Alfredino Rampi: Il caso Recensione

Il caso Alfredo Rampi

Attraverso i media

di Romina Capone

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Opera prima di questa giovanissima giornalista, pubblicazione della sua tesi e quindi già di per sé un bel traguardo. Romina Capone è una giovanissima ragazza Avellinese in un intervista dice: “E’ stato l’argomento della mia tesi di laurea, poi ho deciso di farne una pubblicazione perché il dramma di Alfredino è stato un caso emblematico che ha cambiato per sempre il modo di fare informazione nel nostro Paese”

Il libro inizia con un riassunto delle varie faccende che accaddero in Italia in quel periodo, un periodo per l’Italia nero, fino ad arrivare al caso in sé appunto quello di questo piccolo bambino che ha incollato tanti italiani al tubo catodico, arrivando all’unica conclusione possibile sul caso “Nessun colpevole, ma tutti incapaci”.

Quei tre giorni di angoscia e speranza sono raccontati con attenzione e passione facendo notare come Il caso di Alfredino ha aperto la strada alla cosiddetta “tv del dolore”. Infatti mette in luce tutti gli articoli dell’epoca e come è stato il primo caso in diretta Rai. La luce abbacinante del sole di giugno, la voce del presidente della Repubblica Pertini, il lamento soffocato del piccolo. Tutte le disattenzioni, la mala organizzazione, il sito visitabile da tutti ed infatti sul luogo c’era di tutto, migliaia di persone senza controllo, senza una transenna.

Il caso – l’incidente di Vermicino

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Fù un caso di cronaca italiana del 1981, in cui perse la vita Alfredo Rampi detto Alfredino.

Nel mese di giugno 1981 la famiglia Rampi stava trascorrendo un periodo di riposo nella loro seconda casa, sita in via di Vermicino (Roma). La sera di mercoledì 10 giugno il signor Ferdinando, in compagnia di due suoi amici e di Alfredo, uscì a fare una passeggiata nella campagna circostante. Venuta l’ora di tornare indietro, alle ore 19:20, Alfredo chiese al padre di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati. Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a casa (attorno alle ore 20:00) scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz’ora, i genitori cominciarono a cercarlo nei dintorni: non trovando la minima traccia, alle 21:30 circa allertarono le forze dell’ordine. Nel giro di 10 minuti tutti si radunarono (Polizia, Vigili urbani, vigili del fuoco e semplici abitanti) per iniziare la ricerca, fino a quando il brigadiere Giorgio Serranti, allertato della presenza di un pozzo nelle vicinanze, non decise di ispezionarlo: fecero rimuovere la lamiera posizionato sul pozzo, infilò la sua testa nell’imboccatura, riuscendo così a udire i flebili lamenti di Alfredo. Si scoprì poi che il proprietario del terreno soprastante aveva messo la lamiera sulla fessura alle ore 21:00, non immaginando minimamente che potesse esservi qualcuno dentro.

Cosi inizio il calvario

I soccorsi – La diretta tv

Qui si concentra il libricino, il punto di vista mediatico del caso, gli errori che ci sono stati e le speranze di salvare questo piccolo ma grande bambino, che fino alla fine voleva solo sopravvivere.

Nel giro di pochi minuti i soccorritori si radunarono all’imboccatura del pozzo, si cerco di capire dove era collocato il bambino e si stimò una profondità di 36 metri (il pozzo era circa 80 metri di profondità) la sua caduta era stata arrestata da una curva o una rientranza del pozzo. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili: la voragine presentava infatti un’imboccatura larga 28 cm era quasi impossibile calarvi dentro una persona, quindi come primo tentativo di salvataggio provarono a calare una tavoletta legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per sollevarlo; tale scelta si rivelò un grave errore, in quanto la tavoletta si incastrò nel pozzo molto al di sopra di Alfredino, e non fu più possibile rimuoverla, cosicché il condotto ne risultò quasi completamente ostruito.

Attorno all’1 di notte alcuni tecnici della Rai, allertati allo scopo, piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un’elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino. Il bambino, era ancora vivo e rispondeva, voleva tornare a casa.

L’inizio della catastrofe

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Si pensò di scavare un tunnel parallelo al pozzo, da cui aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, che consentisse di penetrare nella cavità poco sopra il punto in cui si supponeva si trovasse il bambino. Per far ciò occorreva una trivella, che fù poi reperita alle ore 6:00 grazie alla pronta disponibilità del giornalista del Tg2, che aveva visto per caso un appello in tal senso su una emittente televisiva privata laziale e ne possedeva una. In mattinata giunse sul posto un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Il primo, tentò di rimuovere la tavoletta che era rimasta incastrata, tuttavia non ci riusci, un secondo speleologo, riprovò ma anche lui falli. Nel frattempo per cercare di non far soffocare il bambino furono inviati alimenti liquidi e ossigeno nel sottosuolo e fù iniziato lo scavo del pozzo parallelo.

Alle 10:30, per non interferire con le comunicazioni via etere dei soccorritori, la Rai e le stazioni radiofoniche laziali disattivarono i loro ponti radio in onde medie e si fece richiesta tramite appelli di un’altra trivella, che arrivò più grande e potente della prima. Sia il Tg1 che il Tg2 erano sintonizzati sul caso, Il giornalista Badaloni affermò che il comandante Pastorelli aveva diramato la previsione che nel giro di pochissime ore la trivellazione si sarebbe conclusa e l’operazione di salvataggio sarebbe andata a buon fine; per questa ragione il  Tg1 si collegò in diretta con Vermicino, nella prospettiva di riprendere il salvataggio in tempo reale unendosi poi in seguito anche le altre reti. Nel frattempo attorno al pozzo si era raccolta una folla di circa 10 000 persone: fu a questo punto che iniziarono ad arrivare anche i venditori ambulanti di cibo e bevande. Probabilmente anche questo colossale assembramento (la zona non era transennata e chiunque poteva arrivare fino all’imboccatura della cavità) ebbe un ruolo rilevante nel rallentare la macchina dei soccorsi. Alle ore 19:00 dopo essere arrivati a circa 34 metri di profondità si completo il tunnel che doveva collegare i due pozzi, tutto in modo più frettoloso, poiché Alfredino aveva smesso di rispondere ai soccorritori, e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava peggiorando: 48 espirazioni al minuto. Ma appena si calarono all’interno ebbero la sgradevole consapevolezza che Alfredino non c’era, era sprofondatò molto più giù e nemmeno si sapeva di quanto.  Uno speleologo si calo all’interno per cercare di capire dove fosse collocato e si stimo una profondità di 60 metri è l’unica possibilità rimasta era la discesa di qualche volontario lungo il pozzo artesiano, che riuscisse a prenderlo.

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Angelo Licheni piccolo di statura e molto magro, come volontario si fece calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al bambino ed anche ad afferrarlo ma nel tentativo oltre che farlo scivolare ancora più in profondità, gli spezzò anche il polso sinistro. Licheri rimase a testa in giù ben 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione, ma dovette anch’egli tornare in superficie senza Alfredino. Riferì che il bambino era viscido e sporgo, pieno di fango, un tentativo di salvezza stava diventando sempre più flebile.  Verso le 5:00 del mattino iniziò il tentativo di un altro speleologo, che però una volta arrivato in superficie comunico della probabile morte di Alfredino.

La diretta televisiva non stop organizzata dalla RAI de facto a reti unificate durò ben 18 ore (certo favorita dalla facilità di accesso al sito – nell’hinterland romano – per i giornalisti e gli operatori della RAI), catturò l’attenzione di circa 21 milioni di persone, che rimasero per ore davanti al televisore per seguirne lo svolgimento.

La morte

 Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi. » edizione straordinaria del Tg2 del 13 Giugno 1981 

Non sò se leggerete mai questo libro ma valeva la pena ricordare il caso

Buona Lettura