Reparto n. 6 di Anton Pavlovič Čechov

Per questa settimana ho pensato di proporvi delle citazioni tratte non  da un libro ma da uno dei racconti più controversi e impressionanti di Anton Pavlovič Čechov autore russo dalla doppia anima, medico e scrittore. Infatti scriveva:

La medicina è la mia moglie legittima, la letteratura è la mia amante

E proprio da questa doppia anima che traggono origine il “Reparto n.6” e i suoi due protagonisti: il dottore Andrej Efimyc Ragin uomo colto e onesto che con la sua indolenza non prova neanche a migliorare le pessime condizioni in cui versano i malati; Ivan Dmitric Gromov che come l’autore aveva un padre tiranno caduto poi in disgrazia, giovane intelligente e idealista con un forte senso critico nei confronti della società, falsa ed egoista, cade in un delirio persecutorio che lo porterà nel reparto psichiatrico di uno squallido ospedale di provincia che Cechov descrive così:

le pareti sono tinte d’un sudicio azzurro, e il soffitto è annerito come in una di quelle isbe fumicose: ciò che fa intendere che qui dentro, l’inverno, le stufe fanno fumo, e l’atmosfera si fa asfissiante. Le finestre, dal lato interno, sono deturpate da grate di ferro. L’impiantito è grezzo e irto di schegge. Domina un tanfo di cavoli acidi, di bruciaticcio di stoppini, di cimici e di ammoniaca; ed è un tanfo che in un primo momento produce su di voi un’impressione, come se entraste in un serraglio. Nel locale ci sono dei letti inchiavardati all’impiantito. E sui letti siedono o stanno coricati degli uomini in camici da ospedale turchini, con papaline all’antica sul capo. Sono i mentecatti.

Qui Andrej incontra Ivan e colpito dalla lucidità dei suoi ragionamenti cercherà sempre più spesso di conversare con lui sui problemi dell’esistenza. Questo comportamento viene visto dalle cosiddette persone “normali” come anomalo, da isolare. Il dottore viene allontanato dal suo incarico, giudicato malato di mente e ricoverato con l’inganno nel reparto n.6, dove morirà a causa delle percosse ricevute dal violento guardiano.

Dalle righe di questo racconto Čechov  muove una forte critica alla disumanità del trattamento manicomiale, ma anche all’ignoranza, alla meschinità, alla corruzione della società e degli addetti ai lavori. Inoltre sottolinea quanto sia sottile la linea che separa la sanità mentale dalla pazzia e quanto inconsistente, ma spietato possa essere il giudizio sociale.

questo suo viso sempre pallido e afflitto, che riflette come uno specchio la sua anima tormentata dai contrasti e da un perpetuo terrore. Le smorfie che fa sono stravaganti e morbose, ma le sottili rughe, di cui la profonda, intima sofferenza gli ha solcato il viso, sono piene di intelligenza e di spiritualità, e nei suoi occhi c’è una tiepida luce da persona sana.

Egli parla della bassezza umana, della violenza che calpesta la giustizia, della mirabile vita che, col passar del tempo, si instaurerà sulla terra, di queste finestre inferriate che gli vengono prospettando, istante per istante, l’ottusità e la ferocia dei prepotenti.

Aveva un gran desiderio di avvicinare gli altri, ma, a causa del suo carattere irritabile e della sua ombrosità, non stringeva mai confidenza con nessuno, e non aveva amici.

quei pregiudizi, tutte quelle sconcezze e turpitudini della vita quotidiana, erano necessarie, dato che con lo scorrere del tempo sarebbero venute a trasformarsi in qualcosa di ordinato e di efficiente, come il letame in terra nera.

E non è addirittura grottesco fantasticar di giustizia quando ogni sorta di violenza viene accolta dalla società come una necessità razionale e giustificabile, e ogni atto di misericordia, come ad esempio un verdetto d’assoluzione, provoca una vera e propria esplosione di sentimenti di scontento e di vendetta?

Era una situazione simile a quella di un esploratore che volesse ricavarsi un piccolo luogo nel vivo d’una foresta vergine: con quanto più accanimento lavorasse d’accetta, tanto più folta e possente la foresta gli ricrescerebbe intorno. Alla fine. Ivan Dmitric, vedendo che ogni sforzo era vano, smise del tutto di ragionarci sopra, e si abbandonò interamente alla disperazione e al terrore.

Su questa terra non c’è cosa talmente buona che alle sue prime fonti vada immune da ogni bassezza.

Ma poi a che scopo impedire agli uomini di morire, se la morte è la fine normale e legittima di ciascuno?

E’ l’intelligenza che segna un limite netto tra l’animale e l’uomo, rivela la divinità di quest’ultimo, e in qualche misura costituisce per lui addirittura un surrogato dell’immortalità, la quale non esiste. Da tutto questo consegue che l’intelligenza è l’unica possibile fonte di piacere.


I libri sono le note, mentre la conversazione è il canto.

Ravvisare la propria immortalità nella trasmutazione delle cose è altrettanto strano quanto predire un brillante avvenire a un astuccio, dopo che il prezioso violino racchiusovi dentro si è infranto e non è più buono a nulla.

Comunque splendida sia l’aurora che illumini la vostra vita, finirete pur sempre con l’essere inchiodato in una bara e gettato in una fossa.

Una libera e profonda capacità di ragionare, che tenda alla comprensione della vita, e un assoluto disprezzo per le stupide vanità del mondo, ecco due beni più alti dei quali l’uomo non ne ha mai conosciuti.

L’uomo volgare aspetta il bene o il male dall’esterno, cioè dalla scarrozzata e dallo scrittoio, mentre l’uomo pensante non lo aspetta che da se stesso.

Una vera felicità è impossibile senza la solitudine. L’angelo caduto tradì Iddio, probabilmente, perché lo aveva invaso il desiderio della solitudine, che gli angeli non conoscono.

Andrej Efimyc comprese che era arrivata per lui la fine, e gli sovvenne che Ivan Dmitric, Michail Averjanyc e milioni di altri uomini credevano nell’immortalità. Che davvero, d’improvviso, questa gli si aprisse? Ma d’immortalità, lui, non aveva voglia; e non vi fermò il pensiero più di un istante. Un branco di cervi, supremamente belli e aggraziati, di cui aveva letto iersera, gli trasvolò accanto; poi una donna del popolo gli protese la mano con una lettera raccomandata…Si sentì Michail Averjanyc pronunciar qualche parola… Dopo, tutto svanì, e Andrej Efimyc perdette la coscienza per sempre.

Buona lettura